Il mio contributo al simposio sul transfert tratta un particolare aspetto di quest'argomento: l'influenza sulla pratica analitica della nuova com-prensione acquisita nel campo dell'assistenza al bambino piccolo, com-prensione che, a sua volta, deriva dalla teoria analitica.
La storia della psicoanalisi mostra che si è spesso verificato un ritardo nell'applicazione della metapsicologia analitica. Freud fu in grado di for-mulare una teoria dei primissimi stadi dello sviluppo emozionale dell'in-dividuo in un'epoca in cui si applicava la teoria unicamente al trattamento di casi nevrotici opportunamente selezionati. (Alludo al lavoro di Freud nel periodo compreso tra il 1905 ed il 1914).
La teoria del processo primario, dell'identificazione primaria e della rimozione primaria non compaiono, per esempio, nella pratica analitica che sotto la forma del maggior rispetto con il quale gli analisti, in confron-to agli altri, considerano il sogno e la realtà psichica.
Guardandoci indietro possiamo ora dire che i casi scelti si rivelavano adatti ad un'analisi se dalla storia personale dei primi mesi di vita risul-tava che il paziente aveva ricevuto delle cure sujffiKienlemente buone. Un adatta-mento sufficiente al bisogno, all'inizio, aveva permesso all'Io dell'indi-vidúo di formarsi, e l'analista poteva allora considerare come acquisite le pri7 me fasi della formazione dell'Io. In questo modo gli analisti potevano parlare e scrivere come se la prima esperienza del piccolo essere umano fosse il primo pasto e come se la relazione oggettuale tra madre e bam-bino, che tale esperienza implicava, fosse la prima relazione significativa. Ciò poteva soddisfare l'analista nella sua pratica ma non certo l'osserva-tore diretto di bambini affidati alle cure delle loro madri.
A quell'epoca la teoria andava brancolando verso una comprensione più profonda di questa relazione tra madre e bambino, e, in effetti, il ter-mine " identificazione primaria " indica un ambiente che non si è ancora differenziato da quello che sarà l'individuo. Quando vediamo una madre che tiene il suo bambino subito dopo la nascita o che porta il bambino non ancora nato, sappiamo immediatamente che esiste un altro punto di vista, quello del bambino appena nato od in attesa di nascere. Da questo punto di vista o non si è ancora differenziato il bambino oppure il pro-cesso di differenziazione è già iniziato, ed esiste una dipendenza assoluta dall'ambiente immediato e dal comportamento di quest'ultimo. à ora possibile studiare ed utilizzare questa parte vitale della vecchia teoria in un modo nuovo e pratico nel lavoro analitico sia nel trattamento dei casi di confine sia in quello delle fasi o dei momenti psicotici che sopravven-gono nel corso delle analisi di pazienti nevrotici o di persone normali. Questo lavoro allarga il concetto di transfert poiché, al momento dell'analisi di queste fasi, non si può considerare l'lo del paziente come un'en-tità stabilita. Non vi può quindi essere una nevrosi di transfert che sicura-mente richiede l'esistenza d'un lo, un lo intatto, un lo capace di mante-nere delle difese contro l'angoscia suscitata dall'istinto, dopo averne ac-cettata la responsabilità.
Ho fatto allusione allo stato che esiste quando un progresso permette di emergere dall'identificaizione primaria. Dapprima, è la dipendenza più assoluta. Vi sono due possibili vie d'uscita: o l'adattamento dell'ambiente al bisogno è sufficientemente buono, per cui si forma un lo che, con il tempo , può sperimentare le pulsioni dell'Es; oppure l'adattamento arn bientale non è sufficiente, non si forma un lo autentico ma si sviluppa in vece uno pseudo-Sé che altro non è se non una serie di innumerevoli rei zioni ad una successione di fallimenti da parte dell'ambiente. Vorrei citare qui il lavoro di Anna Freud " The Widening Scope of Indications for Psycho Analvsis " (1954). L'ambiente, quando si adatta felicemente in questa pri ma fase non è percepito e nemmeno registrato, per cui, in questo stadio primitivo non vi è nessun sentimento di dipendenza. Ogni volta, tuttavia, che l'ambiente fallisce nel suo compito di adattamento attivo, viene auto maticamente registrato come un urto od una pressione, qualcosa che iii terrompe la continuità dell'esistenza, quella continuità che, se non fosse stata ostacolata, si sarebbe trasformata nell'Io dell'essere umano in via (li trasformazione.
Vi possono essere dei caei estremi in cui, nella fase critica in cui l'indi
viduo deve emergere dall'identificazione primaria esiste solo una serie
di reazioni ai fallimenti dell'ambiente. Sono sicuro che questo stato è com-patibile con la vita e con la salute fisica. Nei casi che costituiscono la base del mio lavoro ho trovato quello che io chiamo un vero Sé nascosto, prdi tetto da un falso Sé. Il falso Sé è senza dubbio un aspetto del \~ero Sé. Nasconde e protegge il vero Sé, reagisce alle carenze d'adattamento e si sviluppa secondo un modello che corrisponde a quello del fallimento ambientale. In questo modo il vero Sé non viene coinvolto nella reazione e conserva la sua continuità d'esistenza, ma soffrirà di un impoverimento derivante dalla mancanza d'esperienza.
Il falso Sé può realizzare una falsa integrità che può trarre in inganno, una falsa forza dell'lo, cioè, derivata da un modello fornito dall'ambiente, e da un ambiente buono e degno di fiducia, poiché non è affatto detto che una carenza materna precoce debba necessariamente condurre ad una carenza generale delle cure prodigate al bambino. Il falso Sé, tutta
non può sperimentare la vita né sentirsi reale. ~á 1
~ In caso favorevole il falso Sé assume un atteggiamento materno fino
verso il vero Sé e tiene in permanenza il vero Sé come una madre tiene il
suo bambino che incomincia a differenziarsi e ad emergere dall'identifi-
cazione primaria.
Nel lavoro di cui sto parlando l'analista segue il principio fondamen-tale della psicoanalisi: è l'inconscio del paziente che guida ed è esso solo che va ricercato. Occupandosi di una tendenza regressiva l'analista deve essere preparato a seguire il processo inconscio del paziente se non vuole assumere un atteggiamento direttivo che esulerebbe dal suo ruolo di ana-lista e che è possibile lasciarsi guidare dall'inconscio del paziente in que-sto tipo di caso come nell'analisi di una nevrosi. Vi sono comunque delle differenze in questi due tipi di lavoro.
Quando vi è un lo intatto, e l'analista può considerare come acquisiti i primissimi elementi dell'assistenza al bambino, allora la situazione ana~ lirica è poco importante rispetto al lavoro interpretativo. (Per situazione analitica intendo l'insieme di tutti i particolari che riguardano la conduAone dell'analisi). Vi sono comunque degli elementi fondamentali, nella ('(>riduzione di una comune analisi, che sono più o meno accettati da tutti gli analisti.
Nel lavoro che è oggetto del mio studio, invece, la situazione analitica ,li\,enta più importante dell'interpretazione. L'accento si sposta dall'una .ill'altra.
Se il comportamento dell'analista, che fa parte di quella che ho chia-wato situazione analitica, è sufficientemente buono per quel che riguarda l'adattamento al bisogno, vìene gradualmente percepito dal paziente come qualcosa che fa sperare che il vero Sé riesca finalmente a correre i rischì che l'inizio di un'esperienza di vita comporta.
il falso Sé finisce con il consegnarsi all'analista. ~ questo un momento dì grande dipendenza e di rischio reale, ed il paziente si trova naturalmente in uno stato di profonda regressione. (Per regressione intendo qui regressìone alla dipendenza ed ai processi primitivi dello sviluppo). Questo stato è pure molto doloroso poiché il paziente è consapevole dei pericoli che corre, mentre non lo è il bambino nella situazìone originaria. In alcuni casi è coinvolta così gran parte della personalità che il paziente deve essere assistito in questa fase. 1 processi sono tuttavia meglio studiati in quei casi in cui questi problemi sono più o meno limitati alla durata delle sedute analitiche.
Una caratteristica del transfert in questo stadio è che dobbiamo permettere al passato del paziente di essere il presente. à l'idea contenuta nel libro della Signora Sechehaye e nel suo titolo: Sjmbolic Reali.Zations. Mentre nella nevrosi di transfert il passato entra nello studio dell'analista, in questo lavoro è più esatto dire che il presente ritorna nel passato ed è il passato. t così che l'analista si trova con il processo primario del paziente nel quadro in cui questo processo aveva il suo valore originario.
Un adattamento sufficientemente buono da parte dell'analista produce nel paziente esattamente il risultato cercato, e cioè un passaggio del centro operativo dal falso Sé al vero Sé. Vi è ora, per la prima volta nella vita del paziente, un'occasione per l'Io di svilupparsi, d'integrarsi partendo dai suoi vari nuclei e di costituirsi come lo corporec4 come pure di rifiutare un ambiente esterno, mentre inizia a porsi in rapporto con gli oggetti. Per la prima volta l'Io può sperimentare delle pulsioni dell'Es e può sen tirsi reale nel farlo; così come si sente reale quando cessa l'esperienz~1. E da qui si può finalmente passare ad un'analisi classica delle difese dell'Io contro l'angoscia.
Il paziente diventa capace di utilizzare i successi dell'anafista in ma teria d'adattamento, anche se limitati; il suo Io può incominciare a ri cordare le carenze originarie, che erano state tutte registrate, tenute proli te. Queste carenze, in passato, avevano avuto come effetto l'interruzione dello sviluppo, ed un trattamento del genere che sto descrivendo è giá molto avanzato quando il paziente è in grado di ritrovare una carenza originaria ed esprimere la collera a questa associata. P- solo quando il pa
ziente raggiunge questo punto, comunque, che si può riscontrare un inizi() di prova di realtà. Una volta che questi traumi rievocati sono serviti A
simile alla
trattamento sembra che, neì loro confronti, operi qualcosa di pmozione primaria.
Il modo in cui avviene questo passaggio dall'esperienza dell'interruzione a quella della collera è una questione che m'interessa particolarmente poiché è a questo punto del mio lavoro che sono rimasto sorpreso:
sono le caren7,e delPanalista che il pa,~iente utili.Z.Za! Vi sono sempre delle carenze, ed in realtà non è che si cerchi di offrire un adattamento perfetto.
Direi che è meno dannoso fare deglì errori con questi pazìenti che con i pazienti nevrotici. Vi sarà chi rimarrà sorpreso, come io stesso rimasi, di scoprire che, mentre un grosso errore può recare poco danno, un errore
molto piccolo di giudizio può essere carico di conseguenze, Il segreto è che la carenza dell'analista viene utilizzata come una carenza passata e
come tale deve essere trattata, una carenza che il paziente può percepire e circoscrivere, e nei confronti della quale può ora esprimere la sua collera. Bisogna che l'analista sia capace di usare le sue carenze in funzio
ne del loro signìficato per il paziente, e, se possibile, di spiegare ognuna di esse, anche se ciò gli costa un esame del suo controtransfett inconscio.
In queste fasi del lavoro analitico, ciò che si sarebbe chiamato resistenza in un lavoro con dei pazienti nevroticí indica sempre che l'analista ha compiuto un errore od ha assunto un atteggiamento negativo in qualche particolare. In effetti, la resistenza persiste finché l'analista non ha scoperto l'errore e non ha tentato di spiegarlo, e non l'ha utilizzato a scopo terapeutico. Se l'analista si difende, il paziente perde l'occasione di esprimere la sua collera a proposito di una carenza passata proprio nel momento in cui, per la prima volta, la collera diventa possibile. Vi è qui un notevole contrasto tra questo lavoro e l'analisi di pazienti nevrotici dotati di un lo intatto. t qui che possiamo afferrare il senso dell'affermazione che ogni analisi fallita non è un fallimento del pazìente bensì dell'analista.
Questo lavoro è impegnativo in parte, perché l'analista deve essere
sensibile aì bisogni del paziente e deve desiderare di offrire una situazione capace di soddisfare questi bisogni. L'analista non è, dopo tutto. la madre del paziente.
Ma ciò è impegnativo anche perché l'analista deve cercare i propri errori ogni volta che compaiono delle resistenze. ~ solo utilizzando i propri errori che egli può svolgere la parte più importante del trattamento
in queste fasi, la parte che permette al paziente di esprimere la propria collera per la prima volta nei confronti di quei particolari della carenza che (all'epoca in cui sì erano verificati) avevano provocato l'interruzione del suo sviluppo emozionale. ~ questa parte del lavoro che libera il pa-ziente dalla sua dipendenza dall'analista.
In questo modo il transfert negativo dell'analisi " nevrotica " viene sostituito da una collera oggettiva contro le carenze dell'analista. Si tratta di un'altra differenza importante tra i fenomeni di transfert di questi due generi di lavoro.
Non dobbiamo cercare una colpevolezza dei nostri successi d'adatta-mento poiché non sono sentiti come tali ad un livello profondo. Sebbene non possiamo fare a meno della teoria elaborata nel corso delle nostre discussioni, questo lavoro scoprirà inevitabilmente le nostre deficienze se la nostra comprensione del bisogno del paziente ci deriverà dall'intelletto piuttosto che dallo psiche-soma.
Nel mio lavoro clinico ho verificato, almeno per quel che mi riguatda, che un tipo dì analisi non esclude l'altra. Mi capita di passare dall'una all'altra e di ritornare indietro, secondo l'andamento del processo incon-scio del paziente. Quando il lavoro speciale di cui ho parlato è completa-to si passa naturalmente ad un lavoro analitico di tipo comune, all'analisi cioè della posizione depressiva e delle difese nevrotiche di un paziente dotato di un lo intatto e capace di vivere le pulsioni dell'Es e di assumer-sene le conseguenze. Ciò che resta ora da fare è studiare nei particolari i criterì che permettono all'analista di sapere a che punto passare da un tipo all'altro di lavoro e di capire quando sta sorgendo un bisogno del tipo che, come ho detto, deve essere soddisfatto (almeno in forma simbolica) da un adattamento attivo. L'analista non cesserà di tenere a mente il concetto d'identificazione primaria.